14/06/10

Nel Pd prevale l'idea di tutelare i lavoratori rendendoli non licenziabili, ma ci sono anche altri strumenti possibili (assicurazione obbligatoria)

Quando si inizia a parlare di mercato del lavoro iniziano anche a cozzare le diverse anime che convivono nel Partito Democratico. L’esempio più recente è lo scontro a distanza tra Cesare Damiano e Stefano Fassina, da una parte, e Pietro Ichino dall’altra su come superare il dualismo del mercato del lavoro italiano. C’è il mercato dei posti di lavoro a tempo indeterminato altamente protetti, con generosa contribuzione previdenziale e pensionistica e sostegno in caso di disoccupazione. Poi c’è quello dei posti di lavoro a termine senza alcuna protezione, bassa contribuzione e nessun sostegno durante la transizione da un contratto temporaneo all’altro. Nel documento del Pd redatto da Fassina e approvato dall’assemblea nazionale, dualità deve essere eliminata estendo pian piano a tutti i lavoratori le tutele di cui oggi godono solo alcuni.

Secondo Ichino questa strategia avallerebbe il “regime attuale di apartheid”, quindi invita il Pd a “prendere il toro per le corna” sostenendo la proposta di contratto unico avanzata da Tito Boeri e Pietro Garibaldi e formalizzata dallo stesso Ichino e altri 54 senatori del Pd nel disegno di legge 1873. Questo istituirebbe un nuovo contratto da applicarsi a tutti i nuovi rapporti di lavoro e caratterizzato da tutele crescenti nel tempo. Il contratto unico eliminerebbe la dualità di colpo per i nuovi assunti. Damiano, sul Fatto Quotidiano, ha accusato Ichino di stravolgere la realtà e difeso la strategia gradualista. Il dissenso è sui tempi del superamento della dualità, ma non pare esserci alcuna differenza sul punto di arrivo. Alla base della posizione di Fassina e Damiano c’è una fondamentale confusione tra posto di lavoro a tempo indeterminato e posto di lavoro stabile: per loro sono la stessa cosa. D’altra parte alla base della posizione di Ichino c’è l’idea che i lavoratori vadano protetti tramite l’illicenziabilità e quindi tramite la stabilità. In ultima istanza, i contendenti sono d’accordo: la precarietà si elimina perseguendo la stabilità del posto di lavoro, un privilegio che la legge garantirà in base a un rigoroso criterio d'anzianità (che in Italia sembra essere uno dei criteri preferiti). Sebbene la posizione di Ichino sia più coraggiosa di quella di Fassina e Damiano (non c’e’ dubbio, ad esempio, che la disparità contributiva tra i lavoratori nei due mercati paralleli sia una palese ingiustizia la cui rimozione deve essere immediata e non rateizzata), si può essere ancora più coraggiosi. Almeno sul piano delle idee da mettere sul tavolo. La precarietà è un problema soprattutto italiano, deriva primariamente da due fattori che riflettono la cattiva politica del lavoro tutt'ora vigente in Italia. Primo, la difficoltà a trovare un nuovo lavoro una volta che si sia perso il vecchio. Secondo, la mancanza di uno schema assicurativo pubblico e obbligatorio contro la disoccupazione, che renda sostenibile il passaggio da un posto di lavoro a un altro, e più in generale un sistema di sostegno al reddito. Rispetto a queste due cose l’Italia veste la maglia nera tra i paesi Ocse: il 40 per cento di coloro che perdono un lavoro in Italia impiegano più di un anno a trovarne un altro e solo un numero di lavoratori disoccupati o mai occupati pari a meno del 3 per centro della forza lavoro beneficia di programmi di sostegno al reddito e quando ne beneficia lo fa, di norma, per periodi di tempo relativamente brevi (fonte: statistiche del lavoro Ocse).

Se questo è il problema, allora la precarietà non si risolve eliminando i contratti a termine o limitandoli alla fase iniziale della carriera. Servono altre due cose. Primo: favorire l'incontro tra domanda e offerta di lavoro. Questo processo è indubbiamente favorito dalla libertà contrattuale (con tutte le tutele necessarie a prevenire abusi e vessazioni, naturalmente), da intendersi sia come libertà delle forme contrattuali sia come libertà del processo di contrattazione tra sindacati e imprenditori. Secondo: spezzare il legame tra perdita del lavoro (oppure incapacità oggettiva di lavorare) da un lato e riduzione dei consumi dall'altro, mediante un’assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione e un adeguato sostegno al reddito per coloro che non possono lavorare. Non è questo un modo di proteggere i lavoratori più lungimirante e più equo tra le diverse generazioni?

Riforme come queste infatti favoriscono la produttività del lavoro (quindi la crescita economica e quella dei salari) e favoriscono soprattutto i lavoratori più giovani, quelli che oggi affollano il mercato dei contratti temporanei senza alcuna protezione. Quelli che nessuna parte politica - né tanto meno i sindacati - hanno interesse a tutelare. Si tratta della stessa miopia (o dello stesso cinico calcolo politico) che impedisce una seria riforma del sistema pensionistico. L'innalzamento dell'età pensionabile per le impiegate statali a 65 anni è stata di fatto imposta all'Italia dall'Unione Europea. Si tratta del minimo per rendere il sistema delle pensioni equo e sostenibile: è bene ricordare che in Italia le pensioni a chi è uscito dal mercato del lavoro vengono pagate, di fatto, tassando il salario di chi lavora e che fino all'altro ieri una donna italiana poteva aspettarsi di trascorrere la bellezza di 24 anni in pensione, pari a circa il 30 per cento della propria vita attesa (per gli uomini: 18 anni e 23 per cento circa della vita attesa; fonte: Eurostat). È triste vedere che in questo Paese riforme necessarie si fanno quando vengono imposte dall'esterno. Un po' più di coraggio politico non guasterebbe.

di Giulio Zanella (Università di Bologna e Noisefromamerika.org)
da Il Fatto Quotidiano del 13 giugno 2010

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